Disturbi correlati a sostanze e disturbi da addiction

DISTURBI CORRELATI A SOSTANZE E DISTURBI DA ADDICTION

“La salute è uno stato di completo benessere fisico,
mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità.”
WHO, 1948

Per quanto riguarda i disturbi correlati a sostanze e disturbi da addiction  il DSM-V non separa le diagnosi di abuso e dipendenza da sostanze come nelle precedenti edizioni: sono state fuse le categorie di abuso e dipendenza da sostanze del vecchio DSM-IV in un unico disturbo da uso di sostanze, misurato su un continuum da lieve a grave, i cui criteri per la diagnosi, quasi identici ai precedenti criteri, sono stati uniti in un unico elenco di 11 sintomi. Per disturbi correlati sostanze si intendono 10 classi distinte di sostanze: alcol, caffeina, cannabis, allucinogeno, inalanti, oppiacei, sedativi, ipnotici e ansiolitici, stimolanti, tabacco e altre sostanze.

 I criteri di riconoscimento del disturbo di dipendenza sono 13 (tra cui tolleranza e astinenza), gli stessi utilizzati dal DSM IV. Al fine di formulare una diagnosi di dipendenza sono sufficienti due criteri, da cui sono però esclusi tolleranza e astinenza in quanto considerate risposte adattive alla sostanza dal punto di vista fisiologico. Compare invece per la prima volta fra i criteri di identificazione del disturbo da dipendenza il concetto di craving (desiderio). Nel caso il disturbo soddisfi 2 o 3 item il disturbo è classificato come lieve, da 4 a 5 come moderato, mentre se sono più di 6 viene qualificato come grave.

I disturbi correlati  a sostanze si dividono in due gruppi:

1) i disturbi dell’uso di sostanze

2) i disturbi indotti da sostanze.

Le condizioni seguenti possono essere classificate come disturbi indotti da sostanze: intossicazione, astinenza e altri disturbi mentali venduti da sostanze/ farmaci, disturbi psicotici, disturbo bipolare disturbi correlati, disturbi dell’depressivi, disturbi d’ansia, disturbo ossessivo-compulsivo di disturbi correlati, disturbi del sonno, disfunzioni sessuali, delirium i disturbi neurovegetativi. Tutte le sostanze che vengono assunti in eccesso hanno in comune l’attivazione diretta del sistema cerebrale di ricompensa, che è coinvolto nel rafforzamento di comportamenti e nella produzione di ricordi. Essi producono attivazioni così forti del sistema di ricompensa che le normali attività possono venire trascurate. Invece di ottenere la la attivazione del sistema di ricompensa attraverso dei comportamenti funzionali, le sostanze di abuso attivano direttamente percorsi di ricompensa. I meccanismi farmacologici attraverso i quali ciascuna classe di sostanze producono una ricompensa sono differenti, ma sono quelle sostanze che tipicamente producono la sensazione di piacere o con parole semplici quello che viene definito “sballo”. Si è visto come persone con livelli inferiori di autocontrollo,  che può riflettere compromissioni dei meccanismi cerebrali inibitori possono essere delle persone particolarmente predisposte a sviluppare disturbi da uso di sostanze. Ciò suggerisce che le radici dei disturbi da uso di sostanze per alcune persone può essere osservata attraverso degli specifici comportamenti molto prima dell’esordio dell’uso attuale della sostanza stessa.

Un’ altra importante differenza rispetto ai manuali diagnostici del passato è che il capitolo sui disturbi correlati a uso di sostanze è stato ampliato per comprendere il disturbo da gioco d’azzardo.

Il Gioco D’Azzardo Patologico (GAP), secondo la definizione del DSM-IV, è un disturbo del controllo degli impulsi, che consiste in un comportamento di gioco persistente, ricorrente e maladattivo che compromette le attività personali, familiari o lavorative. La nuova edizione del DSM-5 ha riclassificato il gioco d’azzardo patologico nell’area delle dipendenze (addictions) per le similarità tra il GAP e le dipendenze da alcol e altre sostanze d’abuso. Per la precisione, in clinica, il disturbo non viene più definito “gioco patologico” ma “disordered gambling” (gioco problematico). Inoltre, anche in questo caso, l’aver commesso atti illegali non è più considerato uno dei criteri per la diagnosi del gioco d’azzardo patologico. Sulla base della motivazione che nel gioco d’azzardo la condizione patologica è dovuta all’attivazione del brain reward system, il Gioco d’Azzardo (GA), a cui è stato tolto la qualifica ridondante di “patologico”, è stato spostato nel DSM V dalla sezione sul mancato controllo degli impulsi a quello delle dipendenze. Il GA rappresenta l’unica dipendenza non da sostanze inclusa, mentre quelle sessuali e relative all’uso patologico di Internet non sono state ritenute sufficientemente documentate a livello di evidenza scientifica per essere incluse nella sezione. Questo cambiamento riflette la crescente e consistente evidenza che alcuni comportamenti, come il gambling, attivano il sistema di ricompensa del cervello, con effetti simili a quelli delle droghe e che i sintomi del disturbo da gioco d’azzardo assomigliano in una certa misura a quelli dei disturbi da uso di sostanze. Inoltre nel DSM-V l’astinenza da cannabis, il disturbo da uso di tabacco e astinenza da caffeina sono nuovi disturbi (quest’ultima era nell’Appendice B del DSM IV, “Criteri e Assi utilizzabili per ulteriori studi”).

All’inizio tu ti bevi un bicchiere,
poi il bicchiere si beve un bicchiere, poi il bicchiere si beve te.
(Francis Scott Fitzgerald)

Che cos’è il  disturbo da uso di alcol?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) classifica l’alcol fra le droghe. È una droga giuridicamente legale ma è una sostanza molto tossica, come tutte le droghe,  l’alcol è una sostanza psicotropa (in grado cioè di modificare il funzionamento del cervello). La sua assunzione protratta nel tempo induce assuefazione (per ottenere lo stesso effetto bisogna aumentare la dose).

Secondo il DSM -V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali) il Disturbo da uso di alcol porta ad un disagio o una compromissione clinicamente significativi, come manifestato da almeno due nelle seguenti condizioni, chi si verificano entro un periodo di 12 mesi:

1- l’alcol e spesso assunto in quantitativi maggiori o per un periodo più lungo di quanto fosse nelle intenzioni

2- desiderio persistente o sforzi infruttuosi di ridurre o controllare l’uso di alcol

3- una gran parte del tempo impiegato in attività necessarie a procurarsi alcol, usare alcol o recuperare dai suoi effetti

4- craving, o forte desiderio o spinta all’uso di alcol

5- uso ricorrente di alcol, che causa un fallimento nell’adempimento dei principali obblighi di ruolo sul lavoro, scuola, casa

6- uso continuato di alcol nonostante la presenza di persistenti ricorrenti problemi sociali interpersonali causati o esacerbati dagli effetti dell’alcol

7- importanti attività sociali, lavorative ore ricreative vengono abbandonate o ridotte a causa dell’uso di alcol

8- uso ricorrente di alcol in situazioni nelle quale è fisicamente pericoloso

9- uso continuato di alcol nonostante la consapevolezza di un problema persistente o ricorrente, fisico o psicologico, che è stato probabilmente causato o esacerbato dall’alcol

10- tolleranza, come definita da ciascuno dei seguenti fattori:

a-un bisogno di quantità marcatamente aumentate di alcol per ottenere intossicazione intossicazione l’effetto desiderato

b-una marcata diminuzione dell’effetto con l’uso continuato della stessa quantità di alcol

11- astinenza, manifestata da ciascuno dei seguenti fattori:

a- la caratteristica sindrome da astinenza da alcol

b- l’alcol o una sostanza strettamente correlata, come una benzodiazepina vieni assunto per attenuare o evitare sintomi di astinenza

Secondo l’OMS in Europa si ha il più elevato consumo alcolico al mondo. Il consumo per abitante è il doppio rispetto alla media mondiale. L’alcol è il terzo fattore di rischio per i decessi e per le invalidità in Europa, e il principale fattore di rischio per la salute dei giovani. L’OMS definisce quindi il bevitore eccessivo, la persona il cui consumo di alcol incide sulla sua salute fisica e psichica, sui suoi rapporti interpersonali e sulla sua realtà socio-economica.

L’uso e l’abuso di alcol ha una lunga storia. Molti racconti e narrazioni sono citati da fonti bibliche, egiziane e babilonesi riportano storie di abuso e di dipendenza da alcol. In alcune culture antiche l’alcol era adorato e in altre il suo abuso veniva invece condannato. L’abuso eccessivo di alcol e l’ubriachezza sono stati riconosciuti come causa di problemi sociali, anche migliaia di anni fa. Tuttavia, la definizione di alcolismo cronico e le sue conseguenze negative mediche non sono state stabilite fino al XVIII secolo. Nel 1647 un monaco greco di nome Agapios è stato il primo a documentare che l’abuso cronico di alcol è associato a tossicità a livello del sistema nervoso e ad una vasta gamma di altri disturbi medici, come convulsioni, paralisi ed emorragie interne. Nel 1920 gli effetti dell’abuso di alcol e ubriachezza cronica hanno portato in America al proibizionismo, applicato però per un breve periodo. L’alcolismo è dunque una sindrome patologica determinata dall’assunzione acuta o cronica di grandi quantità di alcol. A partire dalla fine del ventesimo secolo l’alcolismo è stato considerato un disturbo che comporta dipendenza. E’ caratterizzato da un consumo compulsivo e incontrollato di alcol, di solito a scapito della salute del bevitore, delle sue relazioni e della posizione sociale.

Per definire l’alcolismo occorre far riferimento ad un modello multifattoriale capace di prendere in considerazione fattori genetici, processi neurofisiologici e biochimici, eventi di vita stressanti e contesti sociali e culturali quindi l’alcolismo è considerato l’aspetto visibile di un disagio fisico, psichico e sociale i cui confini vengono delineati all’interno di una struttura culturale.

Numerosi studi dimostrano che non ci non vi è una singola personalità alcolista che predispone all’alcolismo, tuttavia si sono riscontrate delle variabili di personalità e tematiche psicologiche costanti nelle persone che abusano di alcol.

Alcuni autori parlano di debolezza dell’Io e difficoltà a mantenere l’autostima, altri hanno osservato che l’alcol adempie la funzione di restaurare un qualche senso di rispetto del sé e di armonia interna. Più in generale, i tratti di personalità tipici della persona dedita al bere problematico riguardano la forte presenza di ansia, la difficoltà a sopportare le frustrazioni, una bassa autostima, la depressione, l’aggressività repressa, l’impulsività e il bisogno di gratificarsi.

Dai dati emersi nell’ Alcol Presention  Day ’2016 è risultato che nel  2014 il 63% degli italiani con più di 11 anni di età (pari a 34 milioni e 319 mila persone) ha consumato almeno una bevanda alcolica, con una prevalenza maggiore tra i maschi (76,6%) rispetto alle femmine (50,2%). In calo il numero dei consumatori giornalieri (22,7% nel 2013; 22,1% nel 2014) mentre continua ad aumentare il consumo di alcol occasionale e al di fuori dei pasti “binge drinking” (25,8% nel 2013; 26,9% nel 2014). I dati Istat – elaborati dall’Osservatorio nazionale alcol (Ona) dell’Istituto superiore di sanità (Iss) e dal WHO CC Research on Alcohol, presentati nell’annuale Relazione al Parlamento e rilanciati in occasione dell’Alcohol Prevention Day 2016 (Apd) – forniscono un quadro di base per capire l’importanza e la necessità di azioni di prevenzione alcologica incentrate, in particolare, sul monitoraggio dei comportamenti di consumo a rischio (spesso causa di incidenti e violenze). Le donne sviluppano complicanze da dipendenza da alcol più rapidamente rispetto agli uomini. Inoltre, le donne hanno un tasso di mortalità superiore di alcolismo rispetto agli uomini. Esempi di complicanze a lungo termine includono danni al cervello, al cuore, al fegato e un aumento rischio di cancro al seno. Inoltre, l’eccessivo consumo di alcol può avere un effetto negativo sulla capacità riproduttiva come la riduzione della massa ovarica, problemi o irregolarità nel ciclo mestruale e menopausa precoce.

Sebbene il consumo di un bicchiere di vino a tavola, contestualmente ai pasti, sia nel nostro Paese generalmente considerato parte integrante dell’alimentazione e della vita sociale, negli ultimi anni si è assistito a un cambiamento delle abitudini di consumo alcolico che ha portato alla diffusione dialcol-tabella-piccola comportamenti a rischio come il bere lontano dai pasti o l’assunzione di grandi quantità di alcol in un arco di tempo ristretto (binge drinking).

In Italia si definisce binge drinking il consumo di oltre 6 bicchieri di bevande alcoliche (un bicchiere corrisponde a una Unità Standard contenente 12 grammi di alcol puro), concentrato in in un brevissimo lasso di tempo.

Il tema delle dipendenze, anche dal punto di vista clinico, è stato ampiamente studiato e rivisitato nel corso degli anni, focalizzando l’attenzione sulla diade genitore-bambino. Gli studi più recenti, condotti nell’ambito dell’Infant Reasearch (Sander, 1987; Weinberg, 1992; Stern, 1971, 1998; Beebe, Lachmann, 1992, 2002) hanno sottolineato la centralità dei processi di autoregolazione e regolazione reciproca degli stati fisiologici del Sé nello sviluppo infantile. Il Sé, da Kohut, viene definito come un apparato psichico primitivo, la cui coesione e integrazione è essenziale per lo sviluppo successivo dell’Io. Il Sé è all’origine del sentimento per il quale l’individuo si sente un polo autonomo di percezione e iniziativa. La regolazione dei cicli alimentari, del ritmo sonno-veglia, delle emozioni e dell’autostima, sono processi che, sin dall’inizio, avvengono in contesti diadici o multipersonali. La capacità di autoregolazione interagisce per tutta la vita con la regolazione relazionale reciproca; la patologia, dunque, si struttura in quei contesti relazionali che inibiscono l’oscillazione dialettica tra la necessità di regolare se stessi e quella di regolare la propria relazione con l’altro. La dipendenza patologica, da questo punto di vista, può essere pensata come una relazione in cui il soggetto dipendente è vincolato a una perenne regolazione sull’altro, poichè è incapace di regolare da solo gli stati del Sé, il che, naturalmente, implica che all’altro non è lasciata la possibilità di autoregolarsi senza doversi impegnare, a sua volta, nella relazione.

Inoltre, le più recenti ricerche, nell’ambito delle neuroscienze, hanno evidenziato che, in prossimità della pubertà, il cervello va incontro ad un’ improvvisa e repentina crescita che interessa soprattutto i lobi frontali. Anche in adolescenza è stato dimostrato che il cervello è ancora impegnato in profondi cambiamenti e, tale condizione dinamica, potrebbe contribuire a dare un senso ad alcuni ben noti comportamenti impulsivi e disinibiti.

Appare chiara la necessità, dunque, di orientare gli interventi in un’ottica di prevenzione primaria, indirizzandoli principalmente a preadolescenti e adolescenti, ancora impegnati in una fase di rimodellamento e riorganizzazione del cervello.

In clinica ci si riferisce all’alcolismo anche mediante l’utilizzo del termine latino potus (potare, bere) per indicare la compulsione a bere alcolici.

L’abuso a lungo termine di alcol può causare una vasta gamma di problemi di salute mentale. Gravi problemi cognitivi non sono rari. Circa il 10 per cento dei casi di demenza sono legati al consumo di alcol, il che lo rende la seconda causa di demenza.

Diversi strumenti possono essere utilizzati per rilevare una perdita di controllo nel consumo di alcol. Questi strumenti sono per strutturati come questionario. Essi si avvalgono di un punteggio o riscontro che riassume la gravità generale del consumo di alcol.

Il questionario CAGE, chiamato per le sue quattro domande è un esempio che può essere utilizzata per inquadrare velocemente i pazienti:

Questionario CAGE (Cut down, Annoyed, Guilty, Eye opener)

1) Ha mai avvertito la necessità di ridurre l’assunzione di alcol?

2) È mai stato infastidito da persone che hanno criticato la sua eccessiva assunzione di alcolici?

3) Si è mai sentito in colpa o a disagio per aver assunto degli alcolici?

4) Ha mai bevuto un bicchiere appena sveglio per combattere l’ansia o eliminare i postumi della sbornia?

Due “sì” alle risposte indicano che la situazione del paziente deve essere approfondita ulteriormente.

Quale terapia?

La scelta di un approccio integrato alla complessità della persona rende necessario operare attraverso un gruppo di lavoro multidisciplinare che sia in grado di amalgamare un intervento educativo-pedagogico con un intervento più introspettivo-psicoterapeutico.

I trattamenti per l’alcolismo sono molteplici. La maggior parte dei trattamenti si concentra su come aiutare le persone ad interrompere l’assunzione di alcol seguito dalla modifica dello stile di vita e dal sostegno sociale al fine di aiutarli a resistere a un ritorno al consumo di alcol. Dal momento che l’alcolismo coinvolge molteplici fattori che favoriscono una persona nel continuare a bere, tutti questi fattori devono essere affrontati al fine di prevenire una ricaduta. Un esempio di  trattamento integrato riguarda   la combinazione di terapia di supporto, di psicoterapia, di  partecipazione a gruppi di sostegno al fine di di lavorare sulle motivazioni al cambiamento, al trattamento delle ricadute, al rinforzo dell’astinenza, e ai meccanismi non consapevoli che sottendono il bisogno di bere. 

Se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; e se non succede niente si beve per far succedere qualcosa.
(Charles Bukowski)

Che cos’è il disturbo da uso di cannabis?brown-20804_1920

Disturbo da uso di cannabis e gli altri disturbi correlati alla cannabis comprendo dei problemi associati a sostanze derivate dalla pianta di cannabis e da composti sintetici che chimicamente simili. Per Disturbo da Uso di Cannabis secondo il DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) si intende un pattern problematico di uso di cannabis che porta un disagio ho una compromissione clinicamente significativa, come manifestato da almeno due delle seguenti condizioni, che si verificano entro periodo di 12 mesi:

1- la cannabis e spesso assunto quantitativi maggiori opere un periodo più nuovo di quanto fosse nelle intenzioni

2- desiderio persistente o sforzi infruttuosi di ridurre o controllare l’uso di cannabis

3- una gran parte del tempo impiegato in attività necessarie a procurarsi la cannabis, usare la cannabis recuperare dai suoi effetti

4- craving, un forte desiderio o spinta all’uso di cannabis

5- uso ricorrente di cannabis, che causa un fallimento nell’adempimento dei principali obblighi di ruolo sul lavoro, scuola, a casa

6- uso continuato di Cannabis nonostante la presenza di persistenti ricorrenti problemi sociali interpersonali causati o esacerbati dagli effetti di cannabis

7- importante attività sociali, lavorative o ricreative vengono abbandonate ridotte a causa dell’uso di cannabis

8- uso ricorrente di cannabis in situazioni nelle quali fisicamente pericoloso

9- uso continuato il Cannabis nonostante la consapevolezza di un problema persistente o ricorrente, fisico psicologico, che è stato probabilmente causato esacerbato dalla cannabis

10- tolleranza, come definita da ciascuno dei seguenti fattori:

a) un bisogno di quantità marcatamente aumentate di cannabis per ottenere intossicazione all’effetto desiderato

b) una marcata diminuzione dell’effetto con l’uso continuato della stessa quantità di cannabis

11-astinenza, manifestata da ciascuno dei seguenti fattori:

a) la caratteristica sindrome da cannabis

b) la cannabis) una sostanza strettamente correlata) viene assunta per attenuare  sintomi di astinenza

La “Cannabis sativa var. indica”, comunemente detta canapa indiana è una pianta che cresce bene in climi caldi, tradizionale in vaste aree dell’Oriente Estremo e Medio, del Nord Africa e delle zone calde del Nord America. La Canapa tradizionalmente coltivata in Italia appartiene alla stessa specie, anche se le condizioni climatiche e di coltivazione ne fanno una pianta a basso contenuto del principio attivo ricercato (Delta-9-Tetraidrocannabinolo o THC).

Le forme tradizionali in cui la sostanza viene consumata sono: Marijuana (infiorescenze, foglie seccate), in cui la percentuale del THC può variare tra lo 0.5 e il 5% nelle varietà senza semi e tra il 7 e il 14% nelle varietà con semi, detta “sinsemilla”, mentre concentrazioni anche maggiori sono riferite per la marijuana Nederweed; Hashish (resina di cannabis e fiori pressati) con concentrazioni di THC variabili dal 2 al 20%;

Olio di hashish (un estratto di THC ottenuto usando solventi organici), con concentrazioni dal 15 al 50%.
La cannabis viene fumata in appositi dispositivi (chilum, narghilè) o in sigarette fatte a mano (spinelli, canne, joint) con o senza aggiunta di tabacco.

Il THC raggiunge il picco ematico intorno ai 10 minuti dall’assunzione per via respiratoria, e da allora declina rapidamente fino ai 5-10% della quantità iniziale, in parte perché metabolizzato, in parte perché distribuito come THC non modificato nei tessuti adiposi. A seguito di assunzione abituale, la quota di THC accumulata nei tessuti lipidici aumenta; di conseguenza la sostanza viene rilevata nei liquidi organici per giorni ed anche per diverse settimane (28-45 giorni). La lunga persistenza e il lento release del THC hanno implicazioni ancora non chiare: possono essere alla base del verificarsi di fenomeni dispercettivi anche a distanza dall’ultima assunzione; possono essere uno dei motivi per cui i sintomi fisici di astinenza dall’hashish/marijuana sono così attenuati rispetto a quelli derivati da altre sostanze.

I derivati della cannabis producono un’ alterazione dello psichismo, consistente in una modificazione dello stato di coscienza, con euforia, rilassamento, cambiamenti nelle percezioni quali distorsione del senso del tempo e intensificazione delle normali esperienze sensoriali, come mangiare, ascoltare musica, guardare film, fare sesso, riso contagioso e parlantina sciolta. Dall’assunzione di cannabinoidi derivano effetti cognitivi marcati sulla memoria e sulle associazioni. Sono allentate le funzioni di controllo motorio e il tempo di reazione. E’ tipica una disinibizione psicologica che si associa ad una disinibizione comportamentale.

Accanto alle reazioni “desiderate”, spesso se ne producono di “non desiderate”, specialmente nei “fumatori” poco esperti, come ansia, reazioni di paura fino al panico, terrore di “diventare pazzo”, sentimenti acuti di disforia e di depressione.

Effetti acuti derivanti dall’assunzione di cannabis:

  • ansia, disforia, panico e paranoia, specialmente in “fumatori” non sperimentati o in soggeti che ricevono THC a fini terapeutici. Anche “fumatori” esperti possono subire fenomeni del genere dopo ingestione orale di preparati di cannabis
  • Compromissione cognitiva, soprattutto a carico della memoria e dell’attenzione. La memoria a breve termine è compromessa e le associazioni mentali sono allentate. Questo distacco dalla realtà contingente è la base dello sviluppo di piacevoli vissuti fantastici mentre rende difficile sostenere una attività psichica finalizzata.

Compromissione di funzioni psicomotorie, con aumento del rischio di incidenti se una persona intossicata guida un autoveicolo. La cannabis produce effetti sul controllo muscolare, sul tempo di reazione e sulla capacità di portare a termine compiti semplici e complessi. Le conseguenze di tali fatti si risentono alla guida simulata e reale. Vi sono convincenti dimostrazioni, derivanti da indagini sul livello plasmatico di THC in vittime di incidenti, che guidare in stato di intossicazione da “fumo” è la causa di un aumento del rischio di incidenti stradali.

In questo può intuitivamente giocare un ruolo anche la “disinibizione”, che comporta una eccessiva disinvoltura nella guida e sottovalutazione dei rischi intesa come:

  • aumento del rischio di sperimentare sintomi psicotici da parte di coloro che sono vulnerabili per storia personale o familiare. Sono eventi rari, seguenti di solito ad assunzione di consistenti dosaggi di cannabis
  • aumento del rischio di minor peso alla nascita quando la gestante ha fumato cannabici in gravidanza

Effetti cronici derivanti dall’assunzione di cannabis:

  • malattie respiratorie associate all’abitudine di “fumare”: bronchite cronica, modificazioni epiteliali considerate precursori di neoplasie maligne. Si considera che il rischio di tali eventi patologici associati ad uso cronico di cannabis sia concreto
  • sviluppo di una sindrome da dipendenza da cannabis, caratterizzata dalla incapacità di smettere o di tenere sotto controllo l’abitudine all’uso nonostante la consapevolezza di effetti negativi derivanti da essa e il desiderio di smettere. Disturbi astinenziali e fenomeni di assuefazione, a volte enfatizzati, sono in realtà da definire meglio. Si stima che il rischio di sviluppare una dipendenza da cannabis riguardi 1 su 10 tra coloro che fumano sporadicamente, 1 su 3 tra coloro che fumano quotidianamente. La scarsa considerazione del problema deriva probabilmente dalla sottovalutazione della sua pericolosità.
  • forme subdole di compromissione cognitiva (memoria e attenzione) che persistono finché dura lo stato di intossicazione cronica. L’uso a lungo termine di cannabinoidi può risolversi in una compromissione dell’organizzazione e della integrazione di informazioni complesse, e quindi influenzare il funzionamento nella vita quotidiana. Non è ancora chiaro se tali compromissioni persistano dopo la sospensione del “fumo”.

Ed inoltre possibilità di:

  •  aumentare il rischio di tumori maligni delle alte vie respiratorie e digestive (cavo orale, faringe, esofago)
  • aumentare il rischio di leucemia nei bambini esposti alla cannabis nella vita intrauterina
  • declino delle capacità lavorative (particolarmente delle capacità di svolgere funzioni fini) negli adulti, e del rendimento scolastico negli adolescenti
  • difetti congeniti in bambini nati da donne che hanno usato cannabis in gravidanza.
  • Va inoltre sottolineato ala maggiore predisposizione di sviluppare tali problematiche in alcuni gruppi specifici tra cui: adolescenti, gestanti, soggetti con altre malattie preesistenti.Il fumo abituale di hashish/marijuana induce più bassi livelli di adattamento in quei soggetti che in partenza hanno più problemi e meno risorse. Soggetti con affezioni psichiatriche quali disordini schizofrenici o psicosi correlate a tale disturbo sono da considerare a rischio, perché l’uso di una droga psicogena come la cannabis ha l’effetto di esacerbare i disturbi psicotici (deliri, allucinazioni, sintomi di derealizzazione e depersonalizzazione) in tali soggetti. In casi di vulnerabilità, nei quali ancora la patologia latente non si è espressa apertamente, l’uso di cannabis può scatenare un disturbo fino ad allora sopito o controllato.
Quale terapia?

La psicoterapia è un  percorso individuale che aiuta la persona con tale problema ad una maggiore  conoscenza di sé all’interno di una relazione nuova. La terapia si snoda attraverso la rielaborazione della propria storia di vita presente e passata e dei vissuti emotivi legati alle proprie esperienze. Permette di portare alla luce le modalità relazionali, di analizzare e mitigare il conflitto tra le diverse parti della personalità, di evidenziare limiti e risorse, bisogni e desideri. Alla luce di tali consapevolezze, l’uso della sostanza può assumere un nuovo significato. Per poter dismettere una “sensazione “spesso vissuta come piacevole, almeno inizialmente, dobbiamo comprendere la sua funzione.