Aiutami a dirti addio 

               

Nella vita siamo chiamati sempre a  scegliere, 

anche solo se sorridere o chiuderci nel  nostro dolore.

 E, a seconda delle scelte che facciamo, 

avere o no la pace nel cuore. 

(M. Frankel).   

 

“Nessuno mi aveva mai detto che il dolore assomiglia tanto alla paura. Non che io abbia paura:la somiglianza è fisica. Gli stessi sobbalzi dello stomaco, la stessa irrequietezza, gli sbadigli. Inghiotto in continuazione. Altre volte è come una ubriacatura leggera, o come quando si batte la testa e ci si sente rintronati. Tra me e il mondo c’è una sorte di coltre invisibile. Fatico a capire il senso di quello che mi dicono gli altri o forse, fatico a trovare la voglia di capire. È così poco interessante. Però voglio avere gente intorno. Ho il terrore dei momenti in cui la casa é vuota. Ma vorrei che parlassero fra loro e non con me.”  Inizia così un piccolo ma prezioso libro di C.S. Lewis, “Diario di un dolore” in cui si affronta il tema del dolore, che riguarda da vicino chiunque abbia perso una persona cara: nel suo caso, sua moglie.

Trattare il tema del lutto è sempre difficile e delicato; allo stesso tempo la morte accompagna la storia delle persone poiché legata in modo indissolubile alla vita stessa. Ci sono due termini usati per spiegare le reazioni che accompagnano una perdita: il cordoglio ed il lutto. 

Il temine cordoglio “col- dolium” (“ il cuore che duole”) è un processo di reazioni o travagli interiori che prova chi vive una perdita. A seconda del tipo di perdita, le persone sperimenteranno diversi livelli di intensità della sofferenza e di durata del cordoglio. Il lutto, dal latino lugere” (piangere) si riferisce più specificamente al tipo di perdita connesso alla morte e include oltre al cordoglio interiore, un insieme di pratiche e rituali esterni, di natura culturale, sociale e religiosa che l’ accompagnano. Dal punto di vista psicologico, per lutto si intende l’insieme dei forti sentimenti e stati mentali derivati da accadimenti più o meno improvvisi che generano sofferenza o che hanno un forte impatto psicologico e/o che riguardano  un cambiamento nella vita della persona: si va quindi dalla perdita del lavoro, alla separazione, dall’interruzione di un legame significativo alla morte di una persona cara ecc. (Pesci, 2014).           

È oramai abbastanza diffuso il concetto di  elaborazione del lutto, ma cosa  si  intende  esattamente con questa espressione? L’elaborazione del lutto consiste nel lavoro di rielaborazione emotiva dei significati, dei vissuti e dei processi sociali legati alla perdita della persona (parente o amico) con la quale si era sviluppato un legame affettivo significativo, interrotto dal decesso della stessa. 

Nel 1969 la psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross, considerata uno dei massimi esperti delle implicazioni psicologiche della malattia e della morte, pubblicava il libro “La morte e il morire”, che tratta temi che vanno dalla gestione emotiva del fine della vita e delle malattie personali, all’elaborazione del lutto in genere.  

Davanti a ogni grande perdita e dolore, sosteneva la psichiatra, le persone attraversano cinque fasi: prima lo shock; poi la negazione, cioè quel meccanismo di difesa che ci porta a non volere credere a ciò che è accaduto; dopo la rabbia, il desiderio di ribellione; poi la negoziazione, la ricerca di spiegazioni e soluzioni; dopo ancora la depressione, cioè una resa; e infine l’accettazione seguita dalla speranza. Alcuni parlano di cinque fasi, anziché di sette, perché considerano shock e negazione un unico momento, e parlano solo di accettazione, senza includere la speranza. Quanto dura quindi l’elaborazione del lutto? Non esiste un tempo “giusto”, questo processo dipende da molteplici fattori quali la personalità, l’età, i valori, e la rete sociale e di supporto. Indicativamente le fasi, non per tutti nello stesso ordine e con durata diversa per ogni fase può durare dai 6 mesi fino a 12 mesi. Si parla di lutto complicato quando passato un anno dalla perdita, il dolore sembra ancora cristallizzato e bloccato, non in trasformazione. Sono quei casi in cui, dopo anni dalla perdita, il solo ricordo o nomina del defunto fa ricadere in un dolore profondo, diverso dalla normale nostalgia che il ricordo porta con sé. Ogni lutto è differente e rimanda a vissuti molto profondi. L’elaborazione del lutto, è dunque, un processo normale ed ha un suo esito positivo quando riconosciamo e diamo voce al dolore che ci ha attraversati, quando lo condividiamo e permettiamo che qualcuno lo accolga e, allo stesso tempo quando troviamo attorno a noi sostegno, ascolto ed empatia;  Il tempo, grande alleato, consentirà  dunque una ridefinizione del proprio ruolo ed il conseguimento di un nuovo equilibrio.

                               “La morte non esiste figlia. La gente muore solo quando viene dimenticata…

                                 Se saprai ricordarmi, sarò sempre con te”        

                                                                         (Isabelle Allende, scrittrice)