La fatica di ricominciare

 

 La gioia contagia, il dolore isola.
(Alessandro Morandotti)

 

Le giornate passano, si susseguono, è arrivata la primavera, l’attendevamo con speranza e fiducia. Finalmente possiamo riprenderci la vita, le belle giornate di sole, le camminate, sentire le  risate e il vociare dei bambini che si rincorrono, urlano, giocano. E poi possiamo incontrare amici e parenti con più serenità e desiderio. Sono trascorsi più di due anni dall’inizio della pandemia, un fenomeno sociale così potente ed intenso che non possiamo  non fermarci ad osservare e riflettere su ciò che ha lasciato dietro di sé ma che, essendo ancora attuale, continua a modificare abitudini e stati d’animo. Non ha sicuramente aiutato nell’affrontare i timori e le ansie, lo scatenamento di una guerra che percepiamo come più vicina a noi generando paura, dispiacere e preoccupazione, mista ad un senso di colpa che ci fa sentire in imbarazzo nel desiderare un po’ di spensieratezza e divertimento. Nella pratica clinica sempre più persone si rivolgono a me per disturbi d’ansia, attacchi di panico e depressione. Ma oltre alle persone che accedono in terapia ce ne sono moltissime che stanno facendo un’enorme fatica a ricominciare “a vivere”. Stanchezza, noia, anedonia ossia l’incapacità, totale o parziale, di provare soddisfazione, appagamento o interesse, per le consuete attività piacevoli, quali il cibo, il sesso e le relazioni interpersonali, sono i problemi più diffusi in questo periodo storico. Tutto diventa faticoso, la casa luogo in cui prima ci sentivamo stretti, viene ora percepita per molti come luogo rassicurante. La mancanza di desiderio, di conoscere, sperimentarsi, aumentare la socialità è un problema molto più diffuso di quello che si pensa soprattutto tra i giovani. Non mi riferisco nello specifico al fenomeno dell’Hikikomori, nato in Giappone che significa letteralmente “mettersi da parte” che consiste nel desiderio e nella spinta all’isolamento fisico, continuo nel tempo, che si manifesta come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale tipiche delle società capitalistiche economicamente sviluppate e che negli ultimi anni è cresciuto anche in Italia soprattutto tra i maschi di età compresa tra i 15 e i 25 anni.

La mia riflessione svolge lo sguardo a persone che non si isolano totalmente, lavorano, studiano ma risentono di una mancanza di stimoli, di progettualità che viene vissuta però come “normalità”. Sono spesso le persone accanto a far emergere il problema: partner, genitori, che iniziano a preoccuparsi e a sentirsi e/o vedere chiuse le persone a cui vogliono bene, provando sentimenti di preoccupazione mista a rabbia, impotenza e frustrazione. Spesso alla domanda su come si trascorre il tempo libero la risposta è guardando le serie tv o dormendo. Ragazzi che dovrebbero avere l’argento vivo, si sentono spenti, stanchi, demotivati, senza ambizioni, sogni e desideri. Va sottolineato che mentre per gli adulti possiamo parlare della fatica di ricominciare, per gli adolescenti e i giovani adulti possiamo parlare di incominciare perché due anni di limitazioni delle relazioni sociali non gli hanno permesso di iniziare o consolidare le relazioni, almeno direttamente con la società. Quando però il rifiuto di uscire o relazionarsi non è momentaneo ma continuo e resistente alle varie sollecitazioni dei familiari, partner, amici ecc… possiamo pensare ad un vero e proprio disturbo. Ci siamo abituati ad avere uno sguardo sul mondo attraverso il web, il mondo entra nelle nostre case, possiamo conoscere storie, pezzi di vita, mode, tutto a portata di mano. Ma c’è una grande differenza tra il conoscere passivamente e fare esperienze. Molti ragazzi/e hanno molte informazioni ma provano ansia nel gestire ed occuparsi di piccole e medie incombenze, sono vulnerabili e se l’ansia diventa invasiva, preferiscono evitare di esporsi o sperimentare, innescando così un circuito che li rende sempre più insicuri. Ed è proprio a loro che bisogna tendere una mano, non spronandoli con disappunto, perché per molti non é una questione di scarsa volontà, ma di difficoltà, aiutiamoli a riprendersi “il mondo”, quello vicino, a portata. Un passo alla volta, torniamo a guardare fuori dalle nostre stanze reali e virtuali. Il contatto con la natura, l’utilizzo di tutti i nostri sensi, l’importanza della luce solare, parlare con gli altri, avere e dare feedback è fondamentale per riprenderci da un “letargo” che è durato fin troppo tempo.

“Le mie abilità sono più forti della mia disabilità” (R. Hen-sel)

“Le mie abilità sono più forti della mia disabilità” (R. Hen-sel)